Questa è la bella vita che ho fatto

Una trilogia chiamata Terra Matta. Una voce, una sedia. Stefano Panzeri sulla scena non ha nient’altro, perché il resto è riempito dalla storia di Vincenzo Rabito, un bracciante siciliano semianalfabeta, autore di un’autobiografia tanto lunga e intensa da essere divisa in tre momenti (1899 – 1918; 1918 – 1943; 1943 – 1968).

Lo spettacolo è frutto del lavoro su quel testo sincero e vero di 1027 pagine, la cui lingua dice lo sforzo di afferrare l’italiano quando le readici della tua parola sono nella lingua dialettale. Il dattiloscritto, di questa vita maletretata, travagliata – chiamato dal suo autore Fontanazza –  è Conservato all’Archivio Pieve di Santo Stefano,  un vero e proprio luogo di memoria dove sono raccolte le scritture autobiografiche (in forma di diario, lettera o romanzo) di autori sconosciuti, di chi  scrive per salvare dall’oblio il proprio vissuto.

Terra Matta è una storia personale e collettiva. Dentro c’è la vita della famiglia Rabito,e di sua moglie Neduzza e dei loro figli, Salvatore, Giovanni, Gaetano; e poi è la narrazione degli eventi che hanno scosso la Storia: le guerre, il fascismo, lo scontro politico. A partire dal secondo spettacolo s’inseriscono nel flusso del racconto tre donne: Antonietta, Rita, Brunilde. Tre storie di migrazioni fino in Argentina,  uno dei luoghi in cui Stefano Panzeri ha portato il suo spettacolo.

Domenica sera, dopo l’ultima parte di «Terra Matta», l’attore ha risposto ad alcune domande sul suo spettacolo.

Buona lettura!

Una prima curiosità riguarda il lavoro molto lungo sul testo. Quali sono le modifiche che hai fatto rispetto all’originale?

Ho dovuto selezionare inevitabilmente, ma ho cercato di mantenere qualcosa di ogni aspetto di Vincenzo Rabito: una cosa bella, una divertente, una brutta, una tragica. Volevo rispettare la sincerità del suo scritto. Lui ha detto tutto, e anch’io volevo fare lo stesso, senza dimenicare nulla. Rabito ha scritto per ricordarsi della sua storia, non si poneva problemi di censura perché quello che stava scrivendo era per sé, e io ho cercato di prendere tutti  quello che aveva scritto e portarlo in scena senza santificarlo. Ad esempio, la prima parte dello spettacolo parla della Grande Guerra, e c’era il rischio di far vedere una vittima e basta, mentre l’aspetto interessante è il fatto che Rabito sia riuscito a stare sempre a galla, qualsiasi fosse la bandiera da portare, la maglietta da mettersi, la burrasca da affrontare.

C’è poi la questione del dialetto. Ti sei mantenuto fedele al testo utilizzando l’accento siciliano. Questo chiaramente ti ha permesso di avvicinarti di più alla storia di Rabito, ma allo stesso tempo poteva rappresentare un ostacolo in quanto la tua parlata è lombarda. È stato difficile appropiarsene, e come hai fatto?

 Quello che mi ha colpito del testo è proprio la lingua, perché è fortemente teatrale. È la messa su carta di parole che Rabito ha sentito e ha detto tante volte. La lingua, per questa sua dimensione orale, era la porta per accedere al teatro. Toglierla sarebbe stato ricominciare da capo. Ho letto e riletto tante volte il testo. È una partitura: il fatto che sia un scritto-parlato, lo rende come uno spartito, c’è soltanto un modo di dirlo, per capirlo devi leggerlo ad alta voce, solo con la grafia non capisci qual è il suono che voleva riprodurre. L’autobiografia di Rabito è da dire a voce alta.

Tre voci di donne interrompono ad un certo punto la narrazione principale con digressioni riguardanti la migrazione dall’Italia all’Argentina. Volevi introdurre una voce altra, femminile?

 La maggior parte delle storie che mi sono arrivate sono storie di donne, probabilmente perché sono loro che hanno mantenuto un pezzettino della radice,  un ricordo della terra di origine. Inoltre tra i migranti italiani ho incontrato più donne e  quelle che compaiono nella storia sono: Antonietta, che è di Aosta e vive ancora oggi ad Azul, un paese in provincia di Buenos Aires; Brunilde, che è di città di Castello e stava a Porto Madryn, in Patagonia; e Rita, che è di Bassano del Grappa e che sta a Tandil (Buenos Aires), ma ha vissuto tutta la vita a Montevideo dove è arrivata con suo padre, facevano biciclette. Questa è la macrostoria, lo scheletro, perché dentro alle storie di queste tre donne ci sono anche parole e ricordi di altre persone. Io ho trovato molto di più di tre storie, ma quello che ho fatto è stato riassemblare diverse vicende, diverse voci che raccontano una storia che in fondo è sempre uguale, perché i motivi per cui si parte sono sempre quelli: la fame, la famiglia, il lavoro.

Hai portato il tuo spettacolo fuori dalle frontiere italiane, in particolare in Argentina. Come è stato il rapporto con il pubblico?

A vedere lo spettacolo vengono tanti emigrati italiani. Non tutti capiscono la lingua, perché ci sono diverse coscienze di cosa vuol parlare italiano, alcune persone conoscono addirittura solo il dialetto dei loro padri. “Italiano” , anche lì, significa molte cose diverse. A vedere Terra Matta ci sono tutti quelli vogliono sentirsi raccontare la storia, soprattutto interessa molto la seconda tappa. In qualche modo le persone che vengono a vedere lo spettacolo sentono quel godimento nel commuoversi – come quando piangi per un film, da dire sembra quasi un ossimoro – , ma si commuovono perché quella storia gli appartiene. Il pubblico cerca qualcosa di familiare, assiste allo spettacolo per farsi emozionare. È un pubblico privilegiato e per un attore è il migliore che puoi avere.

 

(di Mara Travella)  

Conferenza stampa

Questa mattina alle 11:00 si è tenuta a Mendrisio la conferenza stampa del nostro Festival, un incontro che ha l’obiettivo di dare un’idea di quello che accadrà da giovedì 30 agosto a domenica 2 settembre ad Arzo. Se il logo del festival è un soffione – ha ricordato il presidente Marco Mona salutando i giornalisti –  chi porta le notizie e il programma del prossimo fine settimana al pubblico è come uno dei tanti pistilli che se ne stacca, per raggiungere partecipanti nuovi e vecchi, invogliandoli a venire a scoprire gli spettacoli (e non solo) nella suggestiva località del Festival di narrazione.

Grande novità di quest’anno è rappresentata dalle cave di marmo. Accogliendo l’invito di CavaViva a sostenere questo luogo di memoria storica, di natura selvaggia e addomesticata, il Festival di Narrazione ha deciso di proporre quattro spettacoli al loro interno: tre di questi (Piccolo canto di resurrezione, gio. 30, 19:30; Un alt(r)o Everest, ve. 31; 21:30; La bimba che aspetta, do. 1; 11:00 ) si terranno alla Cava Broccatello, mentre lo spettacolo (S)legati, di Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris, avrà luogo alla Cava Alta, scenario ideale per parlare di montagna, di quella salita verso la cima che è sempre metafora esistenziale, dove la salita in cordata dice la forza del legame umano, mettendo in luce la fragilità stessa dell’esistenza.

A seguire – sempre sabato, alle 21:30 –  ci sarà l’anteprima dello spettacolo di Davide Enia, L’abisso, esito dalla rielaborazione di materiali del romanzo Appunti per un naufragio (Sellerio, 2017), opera che recupera le esperienze vissute a Lampedusa da Enia. Le fotografie di Francesco Enia, padre dell’autore e suo compagno di viaggio, saranno esposte alla corte Camaleonte. La mostra, sostenuta dal PIC (programma di integrazione cantonale del dipartimento delle Istituzioni della Repubblica e Cantone Ticino) si potrà visitare da venerdì alle 18:00 fino a domenica alle 18:30. Una delle immagini sarà messa all’asta; il ricavato verrà destinato alla parrocchia di Don Giusto a Rebbio.

Spettacoli da non perdere saranno sicuramente Transumanze, di Fabrizio Pugliese, sabato mattina alle 11:00 in cui l’attore mette in scena il viaggio di un gruppo di pastori e del loro difficile incontro con ciò che ci è sconosciuto e distante; Così tanta bellezza, di Corrado Accordino, un monologo che parla della rivoluzione interiore di un uomo ordinario, capace di lasciar filtrare finalmente nel suo mondo tutta quella bellezza che non era stato in grado di vedere, visibile sabato e domenica (ore 18:30) alla Corte Bonaga; e infine quest’anno ci sarà spazio anche per uno spettacolo in lingua tedesca di Graziella Rossi, attrice originaria di Arzo: Mara vom Leben und Sterben einer russischen Femme Fatale porta in scena la parabola esistenziale di una famme fatale russa.

Coloro che vorranno entrare in contatto più diretto con gli attori e le attrici si dovranno recare alla Corte dei Miracoli, punto di incontro di voci del festival. Il primo appuntamento è per sabato mattina, alle ore 11:00, con una riflessione sul rapporto tra arte e sacro in compagnia di Gabriele Allevi e la compagnia Associazione Musicali si cresce. Sarà poi il turno, alle 14:30, di Jacopo Bicocchi, Mattia Fabris e Enrico Camanni, due attori e un giornalista, tutti alpinisti, accomunati dall’amore per la montagna: centro del dibattito sarà proprio il rapporto di quest’ultima con la scena e la parola scritta.

Il terzo incontro, domenica alle 14:30, accoglierà in veste più informale Davide Enia, affiancato da Sofia Perissinotto, per raccontarsi e far scoprire al pubblico la genesi della sua narrazione. L’ultimo incontro domenicale (ore 18:30) sarà tra l’attore Stefano Panzeri e il presidente Marco Mona.

L’attore Stefano Panzeri, presente alla conferenza stampa, ha poi preso la parola, parlando di Terra matta, trilogia che nasce dal recupero in primis della storia di Vincenzo Rabito – bracciante siciliano e autore di un’autobiografia scritta in quell’italiano abbozzato, stentato, dei primi del Novecento – e poi dei vissuti di connazionali partiti in Sudamerica,  Australia o Europa, storie di italiani ripartiti da zero in un’altra nazione, in un’altra lingua.  «L’ operazione di autoscrittura di Vincenzo Rabito è  una cosa straordinaria» ha detto Panzeri «un’operazione che molte persone potrebbero fare recuperando delle storie che altrimenti finiscono nella tomba come chi ne è stato protagonista. Sono andato a raccontare Terra matta nelle comunità italiane più grandi, più numerose e sfruttando quest’operazione di autoscrittura ho chiesto alla gente che  mi raccontasse, che facesse in sostanza la stessa cosa di Rabito – il quale, senza alcun tipo di conoscenza linguistica ha scritto di sé –  e quindi portasse in qualche modo in quell’universo di memoria la propria storia. Quelle stesse storie sono diventate poi parte della drammaturgia.  Il mio compito è quello non soltanto di raccontare la storia di Rabito, ma di raccontare la storia dei miei connazionali che in un determinato momento della loro vita hanno dovuto dare una “sforbiciata” alla loro storia e cominciarla da un’altra parte, nel bene e nel male. Sono tutte storie che io ho recuperato dialogando con il pubblico dopo lo spettacolo – che è uno spettacolo di narrazione molto semplice e che si basa su questo tipo di condivisione: è cambiato il verso, è diventato il pubblico a raccontarmi delle storie e quelle storie sono diventate personaggi».

Come sempre il Festival di narrazione dedica grande spazio agli spettacoli  per bambini e ragazzi, con un ricco programma adatto sia alle scuole dell’infanzia che alla scuola media. Ogni corte ospiterà due spettacoli, il primo a partire dalle 14:30 e il secondo dalle 16:15.  Alla corte dell’Aglio sarà possibile assistere allo spettacolo della La Compagnia delle lunghe orecchie, intitolato Le avventure del piccolo sarto, a cui seguirà la storia intitolata L’acciarino magico di Andrea Lugli. La Corte Bonaga ospiterà invece Gino Bartali, Eroe silenzioso, di Luna e GNAC teatro, e poi lo spettacolo Una fiaba della compagnia Confabula. Principesse di Camilla Carridori e Bertuccia all’inferno, di nuovo di Fabrizio Pugliese attenderanno i bimbi a partire dai sei anni nel Cortile della Contessa. Alla Corte Solari, infine, ci sarà lo spettacolo di Ilaria Carlucci, Corri, Dafne! e a seguire In viaggio, storie in valigia di Elisabetta Salvatori.

Ma non è solo teatro. Venerdì 31 al Museo Vela l’attrice e drammaturga Elisabetta Salvatori  presenterà un atelier creativo per bambini ispirato al suo spettacolo:  partendo dai temi dello spettacolo, ogni bambino o bambina potrà creare la propria valigia  ed esporla nelle piazze del Festival.

Una novità quest’anno è l’apertura in musica di venerdì da parte del gruppo degli XCellos, dieci violoncellisti della sezione pre-college del Conservatorio della Svizzera Italiana, sotto la guida del maestro Claude Hauri.

La piazza accoglierà anche l’associazione Treebù che sostiene e accoglie ragazzi e ragazze tra i 14 – 25 anni in situazioni di bisogno. Treebù sarà presente con un banchetto di abiti usati e di storie nuove, ideate dai ragazzi e dalle ragazze per mettere nelle mani di chi compra qualcosa di più di un semplice vestito di seconda mano.

Ad animare con musica e canti popolari le vie del paese ci saranno i  Tacalà, coppia di musicisti pronta ad accogliere il contributo dei presenti (perché nella musica, si sa, c’è  sempre spazio per tacalà la voce o lo strumento musicale dell’altro).

La domenica potrà capitare di imbattersi poi nei membri della compagnia Young Lab, i quali,, con apparizioni teatrali ed estratti dello spettacolo Firmato m., presenteranno al pubblico il lavoro  liberamente ispirato da Le intermittenze della morte di José Saramago.

Questo e molto altro vi aspetta al Festival di Narrazione… Soffiate!