Questa è la bella vita che ho fatto

Una trilogia chiamata Terra Matta. Una voce, una sedia. Stefano Panzeri sulla scena non ha nient’altro, perché il resto è riempito dalla storia di Vincenzo Rabito, un bracciante siciliano semianalfabeta, autore di un’autobiografia tanto lunga e intensa da essere divisa in tre momenti (1899 – 1918; 1918 – 1943; 1943 – 1968).

Lo spettacolo è frutto del lavoro su quel testo sincero e vero di 1027 pagine, la cui lingua dice lo sforzo di afferrare l’italiano quando le readici della tua parola sono nella lingua dialettale. Il dattiloscritto, di questa vita maletretata, travagliata – chiamato dal suo autore Fontanazza –  è Conservato all’Archivio Pieve di Santo Stefano,  un vero e proprio luogo di memoria dove sono raccolte le scritture autobiografiche (in forma di diario, lettera o romanzo) di autori sconosciuti, di chi  scrive per salvare dall’oblio il proprio vissuto.

Terra Matta è una storia personale e collettiva. Dentro c’è la vita della famiglia Rabito,e di sua moglie Neduzza e dei loro figli, Salvatore, Giovanni, Gaetano; e poi è la narrazione degli eventi che hanno scosso la Storia: le guerre, il fascismo, lo scontro politico. A partire dal secondo spettacolo s’inseriscono nel flusso del racconto tre donne: Antonietta, Rita, Brunilde. Tre storie di migrazioni fino in Argentina,  uno dei luoghi in cui Stefano Panzeri ha portato il suo spettacolo.

Domenica sera, dopo l’ultima parte di «Terra Matta», l’attore ha risposto ad alcune domande sul suo spettacolo.

Buona lettura!

Una prima curiosità riguarda il lavoro molto lungo sul testo. Quali sono le modifiche che hai fatto rispetto all’originale?

Ho dovuto selezionare inevitabilmente, ma ho cercato di mantenere qualcosa di ogni aspetto di Vincenzo Rabito: una cosa bella, una divertente, una brutta, una tragica. Volevo rispettare la sincerità del suo scritto. Lui ha detto tutto, e anch’io volevo fare lo stesso, senza dimenicare nulla. Rabito ha scritto per ricordarsi della sua storia, non si poneva problemi di censura perché quello che stava scrivendo era per sé, e io ho cercato di prendere tutti  quello che aveva scritto e portarlo in scena senza santificarlo. Ad esempio, la prima parte dello spettacolo parla della Grande Guerra, e c’era il rischio di far vedere una vittima e basta, mentre l’aspetto interessante è il fatto che Rabito sia riuscito a stare sempre a galla, qualsiasi fosse la bandiera da portare, la maglietta da mettersi, la burrasca da affrontare.

C’è poi la questione del dialetto. Ti sei mantenuto fedele al testo utilizzando l’accento siciliano. Questo chiaramente ti ha permesso di avvicinarti di più alla storia di Rabito, ma allo stesso tempo poteva rappresentare un ostacolo in quanto la tua parlata è lombarda. È stato difficile appropiarsene, e come hai fatto?

 Quello che mi ha colpito del testo è proprio la lingua, perché è fortemente teatrale. È la messa su carta di parole che Rabito ha sentito e ha detto tante volte. La lingua, per questa sua dimensione orale, era la porta per accedere al teatro. Toglierla sarebbe stato ricominciare da capo. Ho letto e riletto tante volte il testo. È una partitura: il fatto che sia un scritto-parlato, lo rende come uno spartito, c’è soltanto un modo di dirlo, per capirlo devi leggerlo ad alta voce, solo con la grafia non capisci qual è il suono che voleva riprodurre. L’autobiografia di Rabito è da dire a voce alta.

Tre voci di donne interrompono ad un certo punto la narrazione principale con digressioni riguardanti la migrazione dall’Italia all’Argentina. Volevi introdurre una voce altra, femminile?

 La maggior parte delle storie che mi sono arrivate sono storie di donne, probabilmente perché sono loro che hanno mantenuto un pezzettino della radice,  un ricordo della terra di origine. Inoltre tra i migranti italiani ho incontrato più donne e  quelle che compaiono nella storia sono: Antonietta, che è di Aosta e vive ancora oggi ad Azul, un paese in provincia di Buenos Aires; Brunilde, che è di città di Castello e stava a Porto Madryn, in Patagonia; e Rita, che è di Bassano del Grappa e che sta a Tandil (Buenos Aires), ma ha vissuto tutta la vita a Montevideo dove è arrivata con suo padre, facevano biciclette. Questa è la macrostoria, lo scheletro, perché dentro alle storie di queste tre donne ci sono anche parole e ricordi di altre persone. Io ho trovato molto di più di tre storie, ma quello che ho fatto è stato riassemblare diverse vicende, diverse voci che raccontano una storia che in fondo è sempre uguale, perché i motivi per cui si parte sono sempre quelli: la fame, la famiglia, il lavoro.

Hai portato il tuo spettacolo fuori dalle frontiere italiane, in particolare in Argentina. Come è stato il rapporto con il pubblico?

A vedere lo spettacolo vengono tanti emigrati italiani. Non tutti capiscono la lingua, perché ci sono diverse coscienze di cosa vuol parlare italiano, alcune persone conoscono addirittura solo il dialetto dei loro padri. “Italiano” , anche lì, significa molte cose diverse. A vedere Terra Matta ci sono tutti quelli vogliono sentirsi raccontare la storia, soprattutto interessa molto la seconda tappa. In qualche modo le persone che vengono a vedere lo spettacolo sentono quel godimento nel commuoversi – come quando piangi per un film, da dire sembra quasi un ossimoro – , ma si commuovono perché quella storia gli appartiene. Il pubblico cerca qualcosa di familiare, assiste allo spettacolo per farsi emozionare. È un pubblico privilegiato e per un attore è il migliore che puoi avere.

 

(di Mara Travella)  

L’idea un po’ scanzonata di fare il cantastorie

Dopo lo spettacolo l’attore  ci ha raccontato un po’ di quello che sta dietro «Transumanze»: le passioni, gli intenti, le ricerche da cui nasce questo spettacolo.

di Mara Travella 

È una storia che s’ intreccia a tante altre, quella che ci racconta Fabrizio Pugliese. La voce – e la chitarra che l’accompagna – tirano le fila della vita di Pellegrino, chiamato da tutti Pippi. Lui è un pastore che ogni anno, con il gregge e si suoi compagni, scende a valle. Semplicemente: fa la transumanza. Transumare significa passare attraverso la terra, ossia trans hummus, attraversare montagne, paesi, accompagnare le pecore a piedi fino alla pianura. La transumanza è una tradizione antica e il giovane pastore l’ha imparata da suo padre.

Il cammino di Pippi è fatto di incontri. Il primo di tutti è quello con Agnese, la pecorella che fa nascere con le sue mani, che seguirà sempre il suo passo, che dormirà accanto a lui, per la quale il protagonista della storia sarà disposto a mettere a rischio anche la propria vita. «È importante prendersi cura delle cose che si amano» e questo Pippi lo sa bene, e lo capisce ancor di più quando trova Giovannina. La loro storia nasce dalla stessa passione, quella per i libri. Il personaggio di questo spettacolo è così: capace di far nascere una pecora, di emozionarsi di fronte a una poesia, di credere nell’amore al di là delle barriere sociali. Nella narrazione c’è spazio anche per la storia di un pastore arabo, Karem, con la malinconia negli occhi per la patria abbandonata e con le stesse mani dei compagni italiani. Karem ha imparato che le strade della guerra sono cicatrici, ed è scappato da quella ferita per percorrere i sentieri dei pastori in un altro paese, in Italia.

Transumanze parla anche di scontri, di come la modernità sia capace di mettersi di traverso, impedendo il naturale percorso dei contadini, credendo di poter recidere una cultura tramandata di padre in figlio da generazioni.

Per questo l’attore porta in scena questo spettacolo, perché «chi pratica la transumanza oggi è un eroe»: è un uomo che resiste di fronte ai tentativi di appiattimento, di annullamento, di quello che oggi chiamiamo progresso.

Fabrizio Pugliese ci ha tenuti aggrappati alla storia, regalandoci uno spettacolo che parla con semplicità di un mondo che cambia dimenticandosi del passato. E si sa – che le cose semplici sono le più belle, come una mattinata all’oratorio di Arzo, con la pioggia fuori, e le storie, la musica di una chitarra, a illuminare, a scaldare, dentro.

Dopo lo spettacolo l’attore ci ha raccontato un po’ di quello che sta dietro «Transumanze»: le passioni, gli intenti, le ricerche da cui nasce questo spettacolo.

Buona lettura!

«Sicuramente parlare del transumare mi interessava per la mia grande passione per la montagna. Mi piace vivere in Salento, ma mi mancano le montagne. Qui ad Arzo mi sento subito a casa. Un’idea per lo spettacolo mi è venuta leggendo un libro di Rumiz, La leggenda dei monti naviganti : lui in Abruzzo incontra un pastore che gli dice che ci sono delle nuove leggi «che il latte dev’essere bianco all’origine». In quel momento mi è venuto in mente che quando io salivo in Sila, la montagna sopra Cosenza – in Calabria – ho incontrato degli amici pastori che mi hanno raccontato qualcosa di analogo. Da lì nascono tante storie. Vuole essere una mia caratteristica quella di non geolocalizzare – a quello ci pensa Googlemaps. A volte i problemi non appartengono ad un posto preciso, per esempio certi aspetti del mio spettacolo non sono coerenti con il territorio calabrese, ma sono coerenti con il territorio armeno. Volevo una storia il più possibile universale.

Il racconto del pastore che salva la pecora è vero: se l’animale cade, l’uomo si butta. Questa discesa è un’immagine che ho preso da un film di un regista armeno. C’è una scena di un pastore abbracciato alla pecora che scende dal torrente, si aggrappa, cerca di salvarsi. Il montaggio è bellissimo: il regista prende la pellicola e la rigira, la rimonta, la riorganizza. Sembra una discesa epica. In realtà è una cosa semplice. È questo che mi interessa: trovare piccole storie e farle diventare epiche, da cui l’idea un po’ scanzonata di fare il cantastorie.

Ho cercato di mettere insieme transumanze animali e umane; ho cercato di accostarle, di metterle in un territorio che diventa ostile e non dovrebbe. Per rendere il territorio favorevole alla maggioranza – perché è la maggioranza che comanda a questo punto – cioè fare la strada asfaltata, si distrugge oggi quello che andrebbe invece preservato, una cultura “minoritaria”, però antica e importante».

«Io mi rinasco»

di Mara Travella

Abbiamo fatto una chiacchierata con le cinque voci – quelle di Francesca Cecala, Miriam Gotti, Barbara Menegardo, Ilaria Pezzara, Swewa Schneider –  protagoniste di Piccolo canto di resurrezione, della compagnia Associazioni Musicali si cresce, andato in scena ieri sera all’OSC di Mendrisio. Si è cercato di capire come è nato lo spettacolo, che importanza ha il canto e perché l’urgenza di parlare oggi di resurrezione.

Buona lettura!

Vorrei parlare con voi dell’idea della resurrezione, della rinascita, attorno alla quale ruota tutto lo spettacolo. In questo momento storicamente delicato, da dove nasce la necessità di parlare di questo tema?

Tutto quello che abbiamo fatto è nato un po’ alla volta, ogni passo ci portava a quello successivo. Siamo partite dalla lettura del libro di Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, all’interno del quale abbiamo trovato la leggenda della Loba, che ci ha colpito perché avevamo il desiderio di mettere il canto all’interno dello spettacolo, e di trattare il tema sacro della leggenda. Questa è stata la prima motivazione. Sono anni che facciamo ricerca nell’ambito del canto popolare, del canto sacro. Ci interessava il canto come trasformazione, canto come rito d’iniziazione, canto come mutamento (infatti, all’interno della storia, il lupo morto una volta riportato in vita dal canto si trasforma in una donna). A partire dalla storia della Loba ci siamo collegate al tema della resurrezione, della rinascita. E dalla rinascita siamo passate al riscatto.

Il testo, lo spettacolo, nasce quindi da un’esigenza personale?

Una rinascita prima che fuori deve avvenire dentro, parlare di questo era un’urgenza di tutte noi, perché il significato che possiamo dare dev’essere prima di tutto quello che abbiamo sperimentato personalmente. Il testo è quindi in gran parte è autobiografico. Ma i nostri temi personali sono, ovviamente, temi che riguardano la collettività, che riguardano tutte e tutti, e abbiamo cercato di affrontare tematiche universali che toccano l’essere umano nella sua crescita.

Questa ricerca di universalità si riflette anche nelle varie fasi della vita che sono avvicinate nel vostro spettacolo. C’è l’infanzia – ­con una frase che dite, molto bella: “I bambini sono maestri di vita, muoiono e rinascono ogni giorno”–  c’è l’adolescenza, l’età adulta e infine la vecchiaia. Era voluto?

Non abbiamo iniziato con l’idea di rappresentare l’intera vita dell’essere umano. All’inizio cercavamo una storia e ci siamo rese conto che trovarne una che riassumesse tutto questo non era possibile. Così abbiamo deciso che a scrivere saremmo state noi. E nel momento in cui abbiamo scritto, in cui abbiamo iniziato a lavorare sui testi, e a condividerli, ci hanno fatto notare che questo aspetto si poteva sviluppare. In una linea di universalità era giusto toccare anche l’infanzia. Quello che c’interessava era che il materiale venisse da noi, infatti nella realizzazione di questo lavoro c’è stato un grande momento di scrittura comune. E con scrittura comune non intendiamo dire che abbiamo scritto tutte insieme, ma che ognuna ha portato ciò che veniva da dentro, ciò che sgorgava, dal cuore, dall’animo, dal vissuto. Dopo, insieme alle altre,  si è deciso cosa tenere, cosa modificare. È una drammaturgia collettiva, perché siamo state in grado di affidarci l’una all’altra. È stato un atto di fiducia.

In questo universo di sole donne, avete lasciato lo spazio a una voce maschile. Poteva essere uno spettacolo spontaneamente femminile, e invece c’è un io – narrante che è un uomo. Come mai?

Quella storia, quella di un uomo che perde il lavoro, è una storia di morte sociale, che troviamo sia un tema forte in questo momento. Ad un certo punto ci è stato suggerito di scrivere lo stesso monologo da un punto di vista femminile, ma non aveva lo stesso peso. La frattura che si crea, quando un uomo perde il lavoro, non è  forse la stessa rispetto a quella che può sentire una donna, come se la morte sociale legata al lavoro la si colleghi più frequentemente all’uomo. È una visione che non ha una risposta razionale, è emotiva. Non è comunque uno spettacolo legato alle donne o agli uomini, inoltre c’è la componente musicale che è universale e va a toccare delle corde che non hanno genere. Durante lo spettacolo c’è la metafora della rinascita come un parto – un’immagine molto femminile – però è qualcosa che ognuno può sentire, indipendentemente dal proprio genere. In questi tempi è necessario uno spettacolo che parli a tutti, perché tutti dobbiamo trovare il nostro modo di rinascere.

Collegandoci a quanto dite sulla musica, vorrei parlare del  canto che – come accennavate già all’inizio –  è una costante in tutto lo spettacolo, quasi come ne tenesse unite le parti. Per uno spettatore è più facile riconoscere canti religiosi che appartengono alla nostra cultura cattolica, ma ce ne sono altri che sono in altre lingue…ce ne volete parlare?

 Si tratta comunque di canti che appartengono a tradizioni sacre. Si può riconoscere un Ave Maria, però c’è anche un canto corso, uno brasiliano, uno georgiano  – che forse è il meno sacrale di tutti. Ma bisogna dire che ci sono due tipi di canti sacri: un che si riferisce a una divinità, e l’altro che può assumere questo significato, può diventare mistico, ma a livello personale. Se un canto non nasce per essere speso in un contesto spirituale, questo non vuol dire che per noi non possa assumere quella connotazione. Il canto va a toccare l’intimo dell’essere umano, può essere sacro, anche se è un pezzo rock. Ci sono poi altri sottofondi musicali, altre sonorità che sono nate per lavorare, per duettare con la parola.

Il rischio di fare uno spettacolo molto serio, forse pesante per il pubblico, era grande, invece siete riuscite ad introdurre l’ironia, il sorriso.

Più che parlare della morte, noi vogliamo parlare di ciò che ti riporta alla vita, certi temi basta evocarli, basta una parola. Nel nostro contesto culturale la morte è qualcosa di doloroso, è un’inevitabilità, e per questo a teatro va affrontata in maniera diversa: è  anche per questo che abbiamo cercato di fare delle sintesi, dei movimenti musicali.  Quello che una volta abbiamo affrontato con dolore oggi riusciamo a guardarlo con serenità, a riderci su. Ed è una trasformazione necessaria.

A suon di violoncelli

Una breve intervista con Milo Ferrazzini, uno dei membri del gruppo TheXcellos

di Mara Travella

È stata la musica degli otto violoncellisti degli Xcellos ad inaugurare ieri sera l’inizio del nostro Festival. La pioggia ci ha costretti a spostare il concerto dei sette violoncellisti (due ragazze e cinque ragazzi) dalla piazza all’oratorio; ma il calore  è sempre quello – che ci si ritrovi all’aperto oppure nella piccola sala dell’oratorio – quello di un pubblico interessato e attento, che ha voglia di applaudire a ritmo di musica e stare in silenzio – ammaliato –  di fronte alla bravura di questi giovani musicisti. Hanno tra i sedici e i diciannove anni, sono tutti studenti del Conservatorio della Svizzera italiana, sul palco portano brani che abbracciano secoli di storia, dal barocco, a canti tipici slovacchi, passando per Ennio Morricone fino alla nota Libertango di Astor Piazzolla.

Dopo il concerto, abbiamo fatto qualche domanda a Milo Ferrazzini, uno dei membri del gruppo.

Come nasce il progetto TheXcellos?

È nato un anno e due mesi fa, nell’ambito della Festa della Musica. In quell’occasione abbiamo voluto fare questo spettacolo finale di musica classica. Abbiamo messo insieme otto violoncellisti – che fanno ancora tutti parte del gruppo –  e da lì è nato il progetto.

 In teoria sareste in dieci, per questo vi chiamate”X” cellos?

All’inizio era Icellos, poi abbiamo cambiato perché effettivamente eravamo in dieci. In realtà la X è anche un po’ l’ incognita che caratterizza il nostro gruppo.

Come scegliete il repertorio?

Il repertorio dipende dalle occasioni. Alcuni brani sono già arrangiati, mio papà è violoncellista e anche il padre di un altro membro del gruppo. In certi casi i brani sono originali, altre volte ce ne occupiamo noi. È un progetto nostro, ci troviamo anche nel tempo libero per provare, ma abbiamo un’ora alla settimana dove facciamo lezione con Claude Hauri, che è il direttore del gruppo.

Come si prospetta il futuro?

Per quest’anno abbiamo già dei concerti in programma. Per il futuro si vedrà, perché alcuni partono per andare a studiare da un’altra parte, quindi cercheremo di integrare altri membri. Per ora va bene così, poi nel futuro vedremo – per ora rimane una… X.

 

Conferenza stampa

Questa mattina alle 11:00 si è tenuta a Mendrisio la conferenza stampa del nostro Festival, un incontro che ha l’obiettivo di dare un’idea di quello che accadrà da giovedì 30 agosto a domenica 2 settembre ad Arzo. Se il logo del festival è un soffione – ha ricordato il presidente Marco Mona salutando i giornalisti –  chi porta le notizie e il programma del prossimo fine settimana al pubblico è come uno dei tanti pistilli che se ne stacca, per raggiungere partecipanti nuovi e vecchi, invogliandoli a venire a scoprire gli spettacoli (e non solo) nella suggestiva località del Festival di narrazione.

Grande novità di quest’anno è rappresentata dalle cave di marmo. Accogliendo l’invito di CavaViva a sostenere questo luogo di memoria storica, di natura selvaggia e addomesticata, il Festival di Narrazione ha deciso di proporre quattro spettacoli al loro interno: tre di questi (Piccolo canto di resurrezione, gio. 30, 19:30; Un alt(r)o Everest, ve. 31; 21:30; La bimba che aspetta, do. 1; 11:00 ) si terranno alla Cava Broccatello, mentre lo spettacolo (S)legati, di Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris, avrà luogo alla Cava Alta, scenario ideale per parlare di montagna, di quella salita verso la cima che è sempre metafora esistenziale, dove la salita in cordata dice la forza del legame umano, mettendo in luce la fragilità stessa dell’esistenza.

A seguire – sempre sabato, alle 21:30 –  ci sarà l’anteprima dello spettacolo di Davide Enia, L’abisso, esito dalla rielaborazione di materiali del romanzo Appunti per un naufragio (Sellerio, 2017), opera che recupera le esperienze vissute a Lampedusa da Enia. Le fotografie di Francesco Enia, padre dell’autore e suo compagno di viaggio, saranno esposte alla corte Camaleonte. La mostra, sostenuta dal PIC (programma di integrazione cantonale del dipartimento delle Istituzioni della Repubblica e Cantone Ticino) si potrà visitare da venerdì alle 18:00 fino a domenica alle 18:30. Una delle immagini sarà messa all’asta; il ricavato verrà destinato alla parrocchia di Don Giusto a Rebbio.

Spettacoli da non perdere saranno sicuramente Transumanze, di Fabrizio Pugliese, sabato mattina alle 11:00 in cui l’attore mette in scena il viaggio di un gruppo di pastori e del loro difficile incontro con ciò che ci è sconosciuto e distante; Così tanta bellezza, di Corrado Accordino, un monologo che parla della rivoluzione interiore di un uomo ordinario, capace di lasciar filtrare finalmente nel suo mondo tutta quella bellezza che non era stato in grado di vedere, visibile sabato e domenica (ore 18:30) alla Corte Bonaga; e infine quest’anno ci sarà spazio anche per uno spettacolo in lingua tedesca di Graziella Rossi, attrice originaria di Arzo: Mara vom Leben und Sterben einer russischen Femme Fatale porta in scena la parabola esistenziale di una famme fatale russa.

Coloro che vorranno entrare in contatto più diretto con gli attori e le attrici si dovranno recare alla Corte dei Miracoli, punto di incontro di voci del festival. Il primo appuntamento è per sabato mattina, alle ore 11:00, con una riflessione sul rapporto tra arte e sacro in compagnia di Gabriele Allevi e la compagnia Associazione Musicali si cresce. Sarà poi il turno, alle 14:30, di Jacopo Bicocchi, Mattia Fabris e Enrico Camanni, due attori e un giornalista, tutti alpinisti, accomunati dall’amore per la montagna: centro del dibattito sarà proprio il rapporto di quest’ultima con la scena e la parola scritta.

Il terzo incontro, domenica alle 14:30, accoglierà in veste più informale Davide Enia, affiancato da Sofia Perissinotto, per raccontarsi e far scoprire al pubblico la genesi della sua narrazione. L’ultimo incontro domenicale (ore 18:30) sarà tra l’attore Stefano Panzeri e il presidente Marco Mona.

L’attore Stefano Panzeri, presente alla conferenza stampa, ha poi preso la parola, parlando di Terra matta, trilogia che nasce dal recupero in primis della storia di Vincenzo Rabito – bracciante siciliano e autore di un’autobiografia scritta in quell’italiano abbozzato, stentato, dei primi del Novecento – e poi dei vissuti di connazionali partiti in Sudamerica,  Australia o Europa, storie di italiani ripartiti da zero in un’altra nazione, in un’altra lingua.  «L’ operazione di autoscrittura di Vincenzo Rabito è  una cosa straordinaria» ha detto Panzeri «un’operazione che molte persone potrebbero fare recuperando delle storie che altrimenti finiscono nella tomba come chi ne è stato protagonista. Sono andato a raccontare Terra matta nelle comunità italiane più grandi, più numerose e sfruttando quest’operazione di autoscrittura ho chiesto alla gente che  mi raccontasse, che facesse in sostanza la stessa cosa di Rabito – il quale, senza alcun tipo di conoscenza linguistica ha scritto di sé –  e quindi portasse in qualche modo in quell’universo di memoria la propria storia. Quelle stesse storie sono diventate poi parte della drammaturgia.  Il mio compito è quello non soltanto di raccontare la storia di Rabito, ma di raccontare la storia dei miei connazionali che in un determinato momento della loro vita hanno dovuto dare una “sforbiciata” alla loro storia e cominciarla da un’altra parte, nel bene e nel male. Sono tutte storie che io ho recuperato dialogando con il pubblico dopo lo spettacolo – che è uno spettacolo di narrazione molto semplice e che si basa su questo tipo di condivisione: è cambiato il verso, è diventato il pubblico a raccontarmi delle storie e quelle storie sono diventate personaggi».

Come sempre il Festival di narrazione dedica grande spazio agli spettacoli  per bambini e ragazzi, con un ricco programma adatto sia alle scuole dell’infanzia che alla scuola media. Ogni corte ospiterà due spettacoli, il primo a partire dalle 14:30 e il secondo dalle 16:15.  Alla corte dell’Aglio sarà possibile assistere allo spettacolo della La Compagnia delle lunghe orecchie, intitolato Le avventure del piccolo sarto, a cui seguirà la storia intitolata L’acciarino magico di Andrea Lugli. La Corte Bonaga ospiterà invece Gino Bartali, Eroe silenzioso, di Luna e GNAC teatro, e poi lo spettacolo Una fiaba della compagnia Confabula. Principesse di Camilla Carridori e Bertuccia all’inferno, di nuovo di Fabrizio Pugliese attenderanno i bimbi a partire dai sei anni nel Cortile della Contessa. Alla Corte Solari, infine, ci sarà lo spettacolo di Ilaria Carlucci, Corri, Dafne! e a seguire In viaggio, storie in valigia di Elisabetta Salvatori.

Ma non è solo teatro. Venerdì 31 al Museo Vela l’attrice e drammaturga Elisabetta Salvatori  presenterà un atelier creativo per bambini ispirato al suo spettacolo:  partendo dai temi dello spettacolo, ogni bambino o bambina potrà creare la propria valigia  ed esporla nelle piazze del Festival.

Una novità quest’anno è l’apertura in musica di venerdì da parte del gruppo degli XCellos, dieci violoncellisti della sezione pre-college del Conservatorio della Svizzera Italiana, sotto la guida del maestro Claude Hauri.

La piazza accoglierà anche l’associazione Treebù che sostiene e accoglie ragazzi e ragazze tra i 14 – 25 anni in situazioni di bisogno. Treebù sarà presente con un banchetto di abiti usati e di storie nuove, ideate dai ragazzi e dalle ragazze per mettere nelle mani di chi compra qualcosa di più di un semplice vestito di seconda mano.

Ad animare con musica e canti popolari le vie del paese ci saranno i  Tacalà, coppia di musicisti pronta ad accogliere il contributo dei presenti (perché nella musica, si sa, c’è  sempre spazio per tacalà la voce o lo strumento musicale dell’altro).

La domenica potrà capitare di imbattersi poi nei membri della compagnia Young Lab, i quali,, con apparizioni teatrali ed estratti dello spettacolo Firmato m., presenteranno al pubblico il lavoro  liberamente ispirato da Le intermittenze della morte di José Saramago.

Questo e molto altro vi aspetta al Festival di Narrazione… Soffiate!