L’idea un po’ scanzonata di fare il cantastorie

Dopo lo spettacolo l’attore  ci ha raccontato un po’ di quello che sta dietro «Transumanze»: le passioni, gli intenti, le ricerche da cui nasce questo spettacolo.

di Mara Travella 

È una storia che s’ intreccia a tante altre, quella che ci racconta Fabrizio Pugliese. La voce – e la chitarra che l’accompagna – tirano le fila della vita di Pellegrino, chiamato da tutti Pippi. Lui è un pastore che ogni anno, con il gregge e si suoi compagni, scende a valle. Semplicemente: fa la transumanza. Transumare significa passare attraverso la terra, ossia trans hummus, attraversare montagne, paesi, accompagnare le pecore a piedi fino alla pianura. La transumanza è una tradizione antica e il giovane pastore l’ha imparata da suo padre.

Il cammino di Pippi è fatto di incontri. Il primo di tutti è quello con Agnese, la pecorella che fa nascere con le sue mani, che seguirà sempre il suo passo, che dormirà accanto a lui, per la quale il protagonista della storia sarà disposto a mettere a rischio anche la propria vita. «È importante prendersi cura delle cose che si amano» e questo Pippi lo sa bene, e lo capisce ancor di più quando trova Giovannina. La loro storia nasce dalla stessa passione, quella per i libri. Il personaggio di questo spettacolo è così: capace di far nascere una pecora, di emozionarsi di fronte a una poesia, di credere nell’amore al di là delle barriere sociali. Nella narrazione c’è spazio anche per la storia di un pastore arabo, Karem, con la malinconia negli occhi per la patria abbandonata e con le stesse mani dei compagni italiani. Karem ha imparato che le strade della guerra sono cicatrici, ed è scappato da quella ferita per percorrere i sentieri dei pastori in un altro paese, in Italia.

Transumanze parla anche di scontri, di come la modernità sia capace di mettersi di traverso, impedendo il naturale percorso dei contadini, credendo di poter recidere una cultura tramandata di padre in figlio da generazioni.

Per questo l’attore porta in scena questo spettacolo, perché «chi pratica la transumanza oggi è un eroe»: è un uomo che resiste di fronte ai tentativi di appiattimento, di annullamento, di quello che oggi chiamiamo progresso.

Fabrizio Pugliese ci ha tenuti aggrappati alla storia, regalandoci uno spettacolo che parla con semplicità di un mondo che cambia dimenticandosi del passato. E si sa – che le cose semplici sono le più belle, come una mattinata all’oratorio di Arzo, con la pioggia fuori, e le storie, la musica di una chitarra, a illuminare, a scaldare, dentro.

Dopo lo spettacolo l’attore ci ha raccontato un po’ di quello che sta dietro «Transumanze»: le passioni, gli intenti, le ricerche da cui nasce questo spettacolo.

Buona lettura!

«Sicuramente parlare del transumare mi interessava per la mia grande passione per la montagna. Mi piace vivere in Salento, ma mi mancano le montagne. Qui ad Arzo mi sento subito a casa. Un’idea per lo spettacolo mi è venuta leggendo un libro di Rumiz, La leggenda dei monti naviganti : lui in Abruzzo incontra un pastore che gli dice che ci sono delle nuove leggi «che il latte dev’essere bianco all’origine». In quel momento mi è venuto in mente che quando io salivo in Sila, la montagna sopra Cosenza – in Calabria – ho incontrato degli amici pastori che mi hanno raccontato qualcosa di analogo. Da lì nascono tante storie. Vuole essere una mia caratteristica quella di non geolocalizzare – a quello ci pensa Googlemaps. A volte i problemi non appartengono ad un posto preciso, per esempio certi aspetti del mio spettacolo non sono coerenti con il territorio calabrese, ma sono coerenti con il territorio armeno. Volevo una storia il più possibile universale.

Il racconto del pastore che salva la pecora è vero: se l’animale cade, l’uomo si butta. Questa discesa è un’immagine che ho preso da un film di un regista armeno. C’è una scena di un pastore abbracciato alla pecora che scende dal torrente, si aggrappa, cerca di salvarsi. Il montaggio è bellissimo: il regista prende la pellicola e la rigira, la rimonta, la riorganizza. Sembra una discesa epica. In realtà è una cosa semplice. È questo che mi interessa: trovare piccole storie e farle diventare epiche, da cui l’idea un po’ scanzonata di fare il cantastorie.

Ho cercato di mettere insieme transumanze animali e umane; ho cercato di accostarle, di metterle in un territorio che diventa ostile e non dovrebbe. Per rendere il territorio favorevole alla maggioranza – perché è la maggioranza che comanda a questo punto – cioè fare la strada asfaltata, si distrugge oggi quello che andrebbe invece preservato, una cultura “minoritaria”, però antica e importante».

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